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Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 la luce si spense su Longarone. Quattro minuti dopo, il paese non esisteva più.
Duemila morti. Quattrocentottantasette avevano meno di quindici anni: i superstiti la chiamarono "la strage dei bambini". Eppure la diga del Vajont - la più alta del mondo, il vanto dell'ingegneria italiana - non crollò. Resse alla perfezione. È ancora lì.
Perché la tragedia del Vajont non è la storia di qualcosa che si ruppe. È la storia vera di qualcosa che funzionò esattamente come previsto - e di uomini che, per sedici anni, scelsero di non fermarlo.
Questa inchiesta narrativa ricostruisce, documento per documento, il disastro più annunciato della storia industriale italiana:
- Un'autorizzazione approvata senza numero legale nella Roma occupata del 1943, mentre lo Stato italiano non esisteva più
- La perizia geologica dettata dal controllato al controllore, con tanto di data da retrodatare
- Il rapporto del massimo esperto mondiale che scriveva "abbandonate il serbatoio", chiuso in un cassetto
- Il modello in scala truccato per produrre il numero magico che autorizzava tutto
- Un miliardo di lire speso per prepararsi al giorno dopo la frana del monte Toc - e nemmeno una lira per avvertire chi viveva sotto
- Tina Merlin, la giornalista processata per aver scritto la verità: nel febbraio 1961, con due anni e mezzo di anticipo, nominò per iscritto Longarone come il paese destinato a morire
- Le ultime settimane raccontate giorno per giorno: la montagna che accelera, i telegrammi del sindaco senza risposta, la lettera che si affida a Dio, la telefonata delle dieci di sera
E poi la notte del 9 ottobre 1963, narrata per intero e senza sconti. L'alba dei sopravvissuti di Longarone, Erto e Casso: gli orfani, i soccorritori ventenni che scavavano a mani nude, gli orologi ritrovati nel fango - fermi tutti alla stessa ora. Il processo celebrato a cinquecento chilometri dalle vittime, con due sole condanne definitive: circa dodici ore di carcere per ciascun morto. La ricostruzione contestata, l'esilio degli ertani, i trent'anni di silenzio - fino alla sera del 1997 in cui un attore, in diretta televisiva, restituì la verità agli italiani.
Nulla, in queste pagine, è inventato. Nessun dialogo ricostruito, nessuna scena romanzata: ogni fatto proviene da fonti verificabili - gli atti del processo, oggi patrimonio UNESCO della Memoria del Mondo, le commissioni d'inchiesta, la stampa d'epoca, le testimonianze pubbliche dei sopravvissuti. Dove le fonti discordano, il libro lo dichiara apertamente. Dove la sofferenza è documentata, non viene edulcorata: perché il contrario della retorica non è il silenzio, è la precisione.
Un'opera monumentale sulla storia italiana del Novecento - sedici capitoli, dal primo progetto del 1900 fino a oggi, con cronologia completa anno per anno, glossario, indice dei nomi e note sulle fonti - più il confronto con le altre catastrofi dimenticate: il Gleno, Molare, e la diga francese di Malpasset, la tragedia gemella e rovesciata.
Per chi ama il true crime italiano e le storie vere, per chi vuole capire come si costruisce una catastrofe: non con la malvagità, ma con firme, rinvii, condoni e cassetti. Con uomini normali che, uno dopo l'altro, decisero che la verità costava troppo. È la vicenda che l'ONU ha indicato al mondo come il caso esemplare di "disastro evitabile".
La valle, quella sera, non sapeva. Chi legge questo libro saprà tutto: ed è esattamente la differenza che le 22:39 non concessero a nessuno.
Da leggere prima di salire, almeno una volta nella vita, davanti a quella diga.
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